La brezza è piacevole, ed un soffio più forte fa cascare le pareti. Un salto, e sono in acqua, non zoppico più ed è il tramonto. La sabbia è arancione e le onde mi spingono a riva. Sotto l'ombrellone c'è un ragazzo sdraiato sul lettino. E' morbido ed ha un sorriso dolce, mi vede e mi abbraccia.
"restiamo qui un altro po'?", mi chiede. Annuisco. L'aria è libera di suoni e di odori, mi appoggio al suo petto e mi addormento. Sogno albicocche e limoni canditi, e una mano che mi accarezza.
Al risveglio, sulla sabbia sono spuntate violette ed erba fresca, ed i miei capelli sono cresciuti. Il mio ragazzo morbido è immobile al sole, nell'aria un profumo di arancio ed il suono delle onde. Non lo sento respirare più.
Però non sapevo invece che fosse così diverso dall'italiano. Praticamente un baldo giovine vestito di marche contraffatte, con un tono di voce più alto del Pirellone e dall'incontenibile invadenza di ahimè tanta napoletanità da documentario, chiede info al controllore.
"scusatemi devo andare a reggio emilia, a che ora sta il treno?" - tradotto, sia chiaro, in italiano, lui l'ha esternato in dialettone -
"dunque vediamo... alle 14:27"
"eh? non ho capito non c'è?"
"alle 14 e 27!"
" e che significa? non capisco"
e così via tra l'incredulità dei passeggeri.
Non la faccio lunga, ma insomma l'emigrante 2007 (ah, qui urge ribadire che io sono napoletano a scanso di odiosi e inopportuni commenti buonisti sul blogger razzista), non capisce l'italiano. Cioè lui proprio non capiva che il treno c'era ma alle 1427, non "verso le 2 e mezza" oppure "quando arriva arriva".
Infatti, dopo la mia traduzione, perchè di traduzione si tratta, lui si è anche lamentato con il controllore, perchè...non era stato chiaro.
Ha continuato a sbraitare assurdità del tipo "già aggia perdut 'o tren ppe guardà u cul a na guagliona" e poi al suono di un polifonico concertino neomelodico ha sganciato un rutto di mortadella per andare a colonizzare Reggio Emilia. Cafoni con la C ce ne sono ovunque, però quest'esemplare è una specie di reperto vivente, rustico partenopeo che in passato ha impresso in tante nordiche teste il sillogismo napoletano = terrone.
E poi è andato a Reggio non perchè avesse già un lavoro ma perchè "si chiava".
Cosa dire.
C'è un piccolo giardino, con le aiuole come nei disegnini sui libri per bambini, una panchina con le cartacce aggrovigliate alle sbarre di legno e le scritte dei fidanzatini e dei loro amori ormai già finiti da un pezzo. Passa una macchina.
Poi si accendono i lampioncini, e per strada la gente passeggia. Odorano di doccia e di dopobarba, e vanno non so dove ma so perchè. Passano le ore a decidere cosa fare, e la loro serata scivola così, a decidere. Però sembrano felici così. Mi accorgo che la vernice della ringhiera è un po' scrostata. Piccoli pezzetti restano attaccati agli avambracci.
Non c'è nessuno in casa, che mi possa chiamare per mangiare. Resto a guardare la gente che decide dove andare.