In strada c'è la domenica mattina, col rumore delle stoviglie dalle finestre aperte, i ricami del sole sull'asfalto e una vecchia che canta rime dimenticate da tutti:
"Oh dolce amore mio
l'attesa mi distrugge
la nostra vita sfugge
ritorna qui da me.
Oh cara innamorata
non stare più in pensiero
l'amore nostro è vero
ritornerò da te."
Un balordo piscia dietro i bidoni dei rifiuti e nel ricordo della vecchia. Vorrei prenderlo a cazzotti, ma non sono che in un sogno, ed è ora che mi svegli.
Dopo il post 145 ed il post 223, prosegue il tour virtuale tra le mie 4 mura. Stavolta è il turno dell'angolo numero 3, descritto come di consueto in vezzoso rococò :
...domina il legno in questo scorcio accogliente e vissuto: calde tonalità si inseguono e si moltiplicano in un placido "benvenuto" all'ospite cortese. Notate la funzionalità dei cubi lignei, prodighi di spazio, imperiosi nel design, capienti di note e di suoni delicati.
Notate altresì, gentili lettori, la nonchalanche con la quale sono disposti gli oggetti sul ripiano, un' armonica stesura fa da contrappunto all'imperiosa centralina isdn: libri in pila in attesa di tornare in biblioteca; caramelle in barattolo; bollette da pagare e bollette già pagate sapientemente adagiate accanto al nevralgico apparecchio telefonico.
Sulla sinistra, fa capolino il giallo orrore del bidone della plastica, simbolo inquietante del rapporto città - contribuente, sublime dissonanza che traferisce ed in sè accumula le oppressioni e le angosce di una società da riciclare.
Ma cos'altro raccontarvi che non possa essere penetrato dalla vostra acuta vista, o morbidi lettori? Tacerò della giacca appesa con stanca silhouette, tacerò delle fragranze del roseo poutpourri, per congedarmi graziosamente dandovi l'arrivederci al prossimo appuntamento.
Ai tavolini del bar della piazza un cameriere serviva birre e gelati, la musica del pianobar imprimeva nella memoria dei presenti il ricordo di una magnifica serata qualsiasi.
E poi le luci si spensero, come uno scoppio rovesciato, e si spense il suono del pianobar. La gente guardò in alto come se dall'alto ci fosse la risposta, e mormorò la sorpresa come se mormorando la luce potesse tornare.
Una mamma chiamò a sè i ragazzini, gli occhi di tutti si abituavano al buio, e nell'aria c'era l'attesa silenziosa ed il rumore dei cucchiaini nel vetro dei bicchieri. La gente smise di vedere e cominciò ad intravedere, e ad ascoltare. La luna a metà faceva compagnia al cielo gonfio di punti bianchi, che si rifletteva sbiadito nel marmo dei putti sorridenti. La birra scorreva, l'attesa proseguiva, le onde si infrangevano.
La luce tornò, la gente riprese ad ignorare il cielo e ad ascoltare canzoni. Per un istante nessuno riconobbe il vicino, l'amico, il compagno, poi le parole trasformarono in ricordo quei minuti appena trascorsi. I ragazzini tornarono a spiare la coppia sulla sabbia: seduti rivolti al mare, dopo l'amore, osservavano le stelle all'orizzonte ed ascoltavano i propri silenzi. Il blackout continuò solo per loro, tutta la notte.